Scout Pro Loco sui sentieri delle capre tra primordiali reperti, ancestrali ruderi di civiltà medioevale e sempre vive testimonianze di remota fede.

L’escursione sul monte San Magno, circa 600 m s.l.m., rimandata nella giornata nazionale delle Pro Loco d’Italia per le instabili condizioni metereologiche, si è realizzata nella mattinata di mercoledì 5 giugno 2019. Con i favori di un cielo parzialmente nuvoloso ed una temperatura più autunnale che primaverile, gli escursionisti, liberi da impegni lavorativi, si sono ritrovati in piazza Sannazaro per avventurarsi nella esplorazione del monte San Magno servendosi di inusuali sentieri. Dopo un corroborante caffè al bar San Magno, propiziatorio e beneaugurante, il manipolo di escursionisti composto da  Candido Ventura, Mimi Martini, Raffaele (Lello per gli amici) Della Cava e da un ospite d’eccezione il dr. Pietro De Rosa, dirigente superiore della Polizia di Stato, si è incamminato verso la prima tappa del percorso designato da Lello sugli atavici sentieri delle capre lungo i quali i pastori locali conducevano i loro greggi a pascolare sul monte San Magno.

L’iniziale tratto di avvicinamento al castello Merola, o Merla, si è svolto in auto con trasferimento da San Mango a Castiglione del Genovesi, in una zona carrabile distante circa 1000m dai resti del “castro”. Facendosi strada tra grovigli di vitalbe e rovi, arbusti selvatici che legano la fitta macchia mediterranea presente sulla cima del monte caro ai sanmanghesi, i tre impavidi esploratori si sono orientati a fatica verso i resti del Castel Merola, antico fortilizio facente parte del sistema difensivo del castello Arechi. Da alcune fonti si ricava che il fortilizio è stato,  sostanzialmente, una guarnigione di armigeri con compiti di avvistamento e controllo della valle sottostante, di certo fino al XVIII secolo. Nel periodo della dominazione spagnola, pare che tale guarnigione fosse composta tutta da donne, una ventina circa.  Probabilmente, nel XIX secolo servì come luogo di rifugio per renitenti all’unità d’Italia e per bande di briganti, data la presenza di una cisterna per l’acqua a poca distanza dall’unica torre visibile che ancora oggi  troneggia, imperterrita all’oblio del tempo, sulla rocciosa cresta del colle San Magno che di certo, viste le vestigia delle mura perimetrali, è stata sede di una possente fortificazione militare ai tempi della potente baronia dei Santomango. Si racconta che agli inizi del ‘900 due giovani innamorati stabilirono tra  i resti del fortilizio il nascondiglio della loro fuitina d’amore, in quanto per contrasti tra congiunti, le rispettive famiglie non approvavano l’unione.

“Anche se é stata dura, ne é valsa la pena rivedere i ruderi del castello Merola – ha ammesso Lello Della Cava – Erano oltre 45 anni da quando fanciullo portavo il gregge di capre al pascolo. Quanti ricordi del passato mi son tornati alla mente.”

Abbandonate le macerie di quello che fu un caposaldo del sistema difensivo dei principi normanni, i tre audaci sono scesi lungo il maestoso costone roccioso, lato sud-est, per portarsi alla “Rupa e zi’ Rosa”, un cantone della massiccia rupe rossa formatasi nell’era glaciale con il sollevamento della crosta terrestre e l’abbassamento delle acque che la ricoprivano.

Da fanciullo, rivela Lello, quando portavo le capre al pascolo nella zona della rupe rossa notavo che queste leccavano la roccia perchè ricca di sale. Ogni volta le osservavo incuriosito, fin quando una volta notai una lisca di pesce conficcata nella roccia. Allora non capii l’importanza della scoperta. Oggi, grazie alla frequentazione dell’Universita delle Tre Età, alla partecipazione ai suoi corsi e, in particolare, ad una interessantissima lezione di qualche mese addietro, si è riaffacciato alla mia mente quel ritrovamento da fanciullo. Parlandone una sera  d’inverno nella sede della Pro Loco, l’amico Mimì, anche lui appassionato di ricerca naturalistiche, mi ha chiesto di accompagnarlo a vedere questa rarità per il nostro circondario. La rupe rossa, nelle cui rocce calcaree è intrappolato il fossile marino, è ben visibile dal sagrato della chiesa di San Antonio in località Piedimonte, guardando il monte San Magno sul lato nord-est.

Lasciata la “Rupa e zì Rosa” il cammino è proseguito verso il digradante sbalzo panoramico sul centro abitato di San Mango Piemonte. Qui la devozione cristiana sanmanghese ha eretto una grande croce, all’inizio in legno, poi rifatta in ferro. Alla prime ombre della sera essa si illumina, grazie al sistema di accumulo di energia solare, rimanendo visibile in tutta la valle sottostante nonchè dalla divina costiera insino alla zona costiera della piana del Sele.  

Dopo una breve sosta ristoratrice sotto la gran croce,  non ancora stanchi ed appagati, ma ansiosi di giungere a quello che è il mito della devozione religiosa locale, Pietro, Mimì e Lello hanno ripreso il percorso sullo stretto e rischioso calle, passando dalla roccia con impresse le dita del Santo, fino al “sasso” della Terra Sancti Magni Pedemontis, la maestosa parete rocciosa del lato nord-ovest, in cui è incastonato l’avito tempio di venerazione popolare per Santo Benefattore. Al centro di questo possente fronte rupestre campeggiano le mura dell’eremo che all’interno custodiscono la grotta ove, nel III secolo d.C., ha dimorato per diverso tempo San Magno, vescovo e martire, nel corso del suo pelleggrinaggio da Trani a Roma. Per celebrarne il passaggio i devoti hanno eretto, intorno all’anno mille, un tempio  dedicato alla venerazione del Santo martirizzato nel 252 d.C. durante le persecuzioni di Decio. Tradizione vuole che esso sia stato edificato nel luogo indicato dal vescovo di Trani apparso in sogno ai fedeli. A testimonianza della fervente ed atavica devozione della comunità cristiana locale, sulla roccia soprastante l’altare dell’eremo-grotta è ancora visibile un dipinto, datato 1542, di San Magno benedicente. L’eremo, rifugio per tanti eremiti, l’ultimo dei quali vi ha dimorato fino ai primi anni sessanta del secolo scorso, è costantemente meta di pellegrinaggio, soprattutto nei giorni antecedenti il 19 agosto, data di ricorrenza della festa patronale.

“Sono stato guidato in un luogo fantastico, sui sentieri del sacro del suburbio salernitano…” ha commentato Pietro De Rosa -“Ringrazio la Pro Loco di San Magno Piemonte, per l’assistenza e la benevolenza, in particolare i miei compagni di viaggio, i due ottimi scout Raffaele Della Cava e Domenico Martini,  l’accompagnatore Candido Ventura e il loro Presidente, l’amico Nicola Vitolo…” .

 Entusiasti della escursione anche Mimì e Lello per aver rivisitato, dopo vari anni, i resti del Castello Merola. E’ stata una sfacchinata seguire il sentiero delle capre ma “se non conosci il tuo territorio e il tuo passato non puoi avere futuro”, ha sentenziato Lello Della Cava, che voluto così chiosare quest’esperienza:”Paese mio che ti stendi dai piedi del monte del tuo Santo Patrono fino alla gola della antica Picentia, con la suggestiva bellezza dell’eremo di San Magno tra storia di fede e leggenda che ti tocca fino al profondo del cuore”.

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